PIAVE

La storia del piave raccontata dai geografi più antichi

Studio sui movimenti del Piave, sull'alveo e sui tratti comuni al Sile nel territorio trevigiano (treviso)

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Notizie storiche sul corso antico del fiume Piave

Il Bonifacio nella sua “Storia di Treviso” scritta nella seconda metà del XVI secolo, senza portare alcuna nuova argomentazione e senza confutare la tesi del Valeriano, dimostrò di accogliere quella del Candido, specie per ciò che riguarda la unione del Sile al Piave da Treviso al mare. Egli scrisse parlando del nostro fiume che:


L'antico suo letto (che fino al presente si vede nella campagna di Trevigi) vedersi che scendeva diritto verso Trevigi, entrando nel Sile; et ciò ai pratichi del paese esser notissimo”


Poco dopo aggiunge;


Vedersi in quella parte di campagna dove la Piave correndo veniva a congiungersi al Sile grandissima quantità di quei sassi che seco per natura essa porta dai monti, il che non è nelle altre campagne del Trevisano dove la Piave non è corsa.


Il suo contemporaneo Giorgio Piloni, dottore bellunese nella “Storia di Belluno” sfiorò pure l'argomento sostenendo l'opinione del Valeriano senza recare però nessun contributo personale sulla questione.


Egli appoggiandosi a quanto avevano scritto Antonio Sabellico (nella sua Eneide), Leandro Alberti (nell'opera Italia), il Biondo Forlivese (nell'Italia Illustrata), Flavio Gioio, Cristoforo da Forlì, Giovanni Sartori da Ponte ed il Burchiellati tentò di confutare la tesi del Candido senza riuscire nell'intento, ma attirando anzi la critica severa di altri scrittori fra i quali ricordiamo il Tiraboschi che non riconobbe agli autori citati dal Piloni alcuna competenza né, d'altra parte, alcun proposito di recare luce sulla dibattuta questione.


La nostra rassegna diventerebbe noiosa se continuassimo a citare tutti gli autori che scrissero del Piave dopo il Candido, il Bonifacio ed il Piloni. Saltiamo quindi al secolo XVII e riportiamo le opinioni degli scrittori più noti.


Primo fra essi il Filasi che trattò l'argomento nella sua pregievole opera “Memorie storiche dei Veneti primi e secondi” e volle dimostrare che, ai tempi di Plinio, il Piave confluiva nel Sile formando con esso un unico corso d'acqua.

Egli appoggiò la sua tesi a queste considerazioni:

  • L'alveo del Sile, ampio e profondo, per quanto attraversi campagne fangosissime, è costituito da ghiaie e ciottoli di varia natura e grandezza. Le acque che vi defluiscono sono limpide, non ingrossano né traboccano mai per piogge alpine,

  • La forza di tali acque non avrebbe mai potuto scavare un alveo così grande e profondo quale serpeggia per molte miglia, sembrando un vero meandro per le continue svolte e spirali che descrive.

  • Non si sarebbero potuti formare i setti rami per i quali anticamente il Sile sfociava al mare

  • (Dolce, Duxia, Manco, Dumorzo, Follinico, Siletto e Sioncello)

Per ciò che riguarda il passaggio del Piave dalla Valle Lapisina e la sua trasmigrazione in Val Belluna, avvenuta in epoche storiche in seguito al franamento di un monte che avrebbe sbarrato l'antico alveo fluviale e formato il Lago di S.Croce, il Filasi ritiene che la leggenda corrisponda alla realtà per il semplice fatto che “anche i montanari del Bellunese, Feltrino e Cadorino lo sanno e lo raccontano e lo si sapeva fin dai tempi più vecchi”.


E questa potrebbe essere una discutibile opinione personale, che avrebbe poca importanza, se il Filasi non volesse anche fissare l'epoca in cui sarebbe avvenuta la deviazione del fiume verso Belluno, stabilendola fra il II e il III secolo, pur segnalando che Bernardo Trevisano (patrizio veneto 1700) ha citato dei documenti secondo i quali la caduta di un monte sopra Fadalto sarebbe avvenuta invece sul finire del V o inizio del VI secolo.


La notorietà del Filasi e la sua profonda erudizione nelle materie storiche e letterarie fanno passare in seconda linea la errata sua opinione sulle vicende idrografiche del Piave.


Passiamo ora a ricorda la dissertazione di Domenico Del Giudice tenuta nel 1778 all'Accademia degli Aspiranti in Conegliano sul tema “dell'antico corso della Piave dalla piegatura sopra Capo di ponte in giuso”.


La trattazione è interessantissima per la ingegnosità del ragionamento il quale arriva sin dove può arrivare e si arresta quando si tratta di stabilire l'epoca del mutamento di corso del fiume.


Del Giudice è dell'opinione che, anche negli antichi tempi, il Piave conservasse in nome datogli dai Teutoni antichi nella lingua dei quali “Ablaufen” significava “scorrere in giù”. Nel tempo avrebbe perduto la “a” e sarebbe diventato “Blaufen” da cui nacque il suo nome “la Piave”.


Soddisfatte così le esigenze etimologiche il Del Giudice ha diviso il suo ragionamento in cinque capi dal lui stesso così enunciati:


  • Nel primo mi ingegnerò di provare che la Piave antichissimamente scendeva per lo canale di Serravalle e per le campagne che ora formano parte dei territori di Serravalle, Ceneda, di Conegliano ec fin che entrava nelle paludi Adriatiche.

  • Nel secondo che ai tempi di Polibio fin verso il sesto secolo dell'era Volgare non vi era fiume grande nell'alveo stesso

  • Nel terzo che nei tempi stessi corse col nome di Sile per Trevigi

  • Nel quarto come e quando, poco più o poco meno, cambiò il suo corso e presa lastrada che tutt'ora tiene,

  • E finalmente nel quinto cercherò di spianare nella maniera più facile e naturale le ragioni del cambiamento di letto”

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